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martedì 3 novembre 2009

The Italian breakfast

Qualche tempo fa ho sgranato gli occhi trovandomi sotto il naso su Facebook il gruppo "Vogliamo Starbucks in Italia". Davvero paradossale. Viviamo nel paese dove probabilmente si mangia meglio al mondo, dove probabilmente si beve il caffè più buono del mondo e dove lo si paga la metà o anche un terzo di quanto costa all'estero, eppure centinaia di persone sentiono la necessità di pagarlo 3 € e berlo in un bicchierone di plastica. Un tipico esempio di esterofilia esasperata, ho pensato, il difetto genetico nostrano che periodicamente ci spinge a pensare che tutto quello che proviene dall'estero è meglio che in Italia. Stavolta però si trattava di una delle cose che sappiamo fare meglio, il caffè, quindi la questione era quantomeno curiosa e meritava di essere studiata.
Leggendo su Wikipedia, scopro che, secondo la leggenda, il mito di Starbucks nasce nel 1983, in occasione di un viaggio a Milano di Howard Schultz, amministratore della catena. A quanto pare, Schultz fu talmente colpito dal clima amichevole e conviviale che si respira nei bar italiani, da decidere di provare a riprodurre questo approccio gestionale nelle sue caffetterie. A prescindere se vi sia riuscito o meno, il tentativo si rivelò giusto, tanto che oggi l'impero di Starbucks conta oltre 9.000 sedi in mezzo mondo, e forse anche di più.
Saggiamente, tuttavia, il buon Schultz si è guardato bene in tutti questi anni dal mettere piede in Italia. Le motivazioni sono espresse chiaramente in un articolo linkato nella medesima pagina di Wikipedia: "Agli Italiani non piacciono le tazze di plastica. Perché? Essi non considerano neanche la possibilità di prendere il caffè fuori dal bar, bevendoselo mentre camminano o guidano". Senza contare, aggiungerei io, che il caffè di Starbucks, oltre a non essere carico come piace a noi italiani, costa circa 4 volte tanto. Il che, per un popolo che mediamente consuma 4 tazzine di caffè a testa al giorno, è tutt'altro che irrilevante.
Eppure, a smentirci parzialmente entrambi, ci sono oggi quasi 3.000 persone che su Facebook, divise in 3 gruppi, inneggiano all'avvento della sirena verde nel belpaese. Il più nutrito, quasi 2.000 iscritti, stila un decalogo di buoni motivi: fra gli altri, "è giovanile", "è alla moda", "è un mix di sensazioni uniche: è intimo ma allo stesso tempo internazionale", "ha poltrone comode", e poi "il caffè è differente da quello nostro ma non per questo fa cagare anzi è buono". Quest'ultima frase è piuttosto inquietante, ma tanta insistenza mi convince comunque a mettere alla prova le virtù di Starbucks.
Quale occasione migliore del mio imminente soggiorno di lavoro a Londra? La mattina dopo il mio arrivo, entro nel primo Starbucks che trovo per fare colazione. La scelta è necessariamente casuale, visto che si tratta di un esperimento su una catena in franchising devo ovviamente dare per scontato che la qualità sia la stessa in qualsiasi punto vendita. Con davanti a me la prospettiva stimolante ma impegnativa di 3 mesi di lavoro e vita a Londra, ordino un cappuccino ed una fetta di dolce, pago un conto salatissimo, dopodiché tiro fuori il netbook per controllare la posta su internet.
Subito una brutta sorpresa: la connessione non è affatto gratuita, come mi avevano assicurato tutti, ma costa la bellezza di £ 8,00 al giorno! Provo a consolarmi con il dolce, che è gustoso ma ha ahimé la consistenza di un foratino. Bevo un sorso di cappuccino e mi ustiono la lingua, per di più è amarissimo, ci verso dentro tonnellate di zucchero ed aspetto un po', ma non diventa né più freddo né più dolce. Purtroppo non ho ancora tempo per aspettare (siamo a Londra e si va di fretta!), così a malincuore sono costretto a lasciare sul tavolo quel beverone infernale ed uscire. Partiamo proprio male.
Nel pomeriggio chiacchiero con mia cognata, che mi chiede le mie prime impressioni inglesi e mi suggerisce di dare a Starbucks una seconda possibilità: "E' chiaro che non si può pretendere che il cappuccino sia buono come quello italiano, semplicemente devi andare lì e lasciarti coccolare". D'accordo, proverò a farmi coccolare.
Qualche tempo dopo mi capita di fare un giro in centro con un'amica e decidiamo di fermarci a prendere un caffè. Neanche lei è rimasta molto convinta da Starbucks, ma decidiamo insieme di provare un'altra volta. Entriamo e ci troviamo davanti una fila epica, almeno trenta persone sono in coda per ordinare. Dopo dieci minuti buoni riusciamo a guadagnare la cassa ed ordinare un paio dei tanto decantati frappuccini. Il cassiere abbozza un sorriso, afferra un paio di bicchieroni di plastica trasparente, ci scarabocchia su qualcosa con un pennarello viola e li passa alla collega. Decisamente spoetizzante, non trovate? La collega riempie i bicchieroni ma fa qualche pasticcio e mi dà un frappuccino sbagliato. Potrei farglielo notare, ma perderei altro tempo e rinuncio. Facendoci largo nella foresta umana riusciamo a guadagnare il piano di sopra e ci lanciamo alla ricerca di un tavolo libero. Sono tutti sporchi e pieni di cartacce, e la cosa mi irrita ulteriormente: d'accordo che siamo a Londra, la patria degli zozzoni, ma io pretendo la mia dose di coccole.
Ci sediamo al tavolo meno indecente, ed immediatamente mi accorgo che ho tutta la mano destra sporca di pennarello viola. Stupido commesso, che non sai neanche passare le ordinazioni a voce!
Finalmente assaggio questo tanto decantato frappuccino. Com'è? E' buono, certo. Ma ci mancherebbe pure che non lo sia, considerando che mi è costato £ 4,00! Di coccole, però, neanche l'ombra. L'esperimento è concluso: considerando che frappè buoni come questo, ed anche migliori, in Italia già li facciamo, per conto mio non c'è alcuna necessità che Starbucks apra anche da noi.
In compenso, nel frattempo scopro l'esistenza di Caffé Nero, una catena inglese di caffetterie la cui diffusione a Londra è persino più capillare di quella di Starbucks. E la cosa più divertente è che, stando alle dichiarazioni di intenti di Schultz, Caffè Nero è esattamente ciò che Starbucks sarebbe dovuto essere ma senza riuscirci: la riproposizione, imperfetta ma apprezzabilissima, di un bar italiano. L'espresso è godibile e viene servito rigorosamente in tazzine di ceramica, ci sono persino croissant e fagottini al cioccolato. E nel momento in cui scopro che ad ogni cliente danno una carta su cui mettono un timbro per ogni caffè, e che ogni 9 caffè il decimo è gratuito, sono fidelizzato per sempre!
Prendo quindi l'abitudine di fare colazione al Caffè Nero vicino casa. Quando le due bariste italiane scoprono che sono loro connazionale diventano se possibile ancora più gentili, addirittura mi mettono ogni volta due timbri anziché uno. E finalmente mi rendo conto di qual è il valore aggiunto del caffè italiano, ciò che aveva colto anche Schultz senza però intuire che non è affatto semplice riprodurlo in serie, semplicemente aprendo una catena in franchising: il barista.
Il caffè al bar è buono non solo perché è buono, ma perché lo serve una persona simpatica, con la quale fare volentieri due chiacchiere, parlare di sport o politica, lamentarsi, chiedere consigli, persino sfogarsi. Il bravo barista sa che, oltre a dover preparare un ottimo caffè, deve diventare un vero e proprio punto di riferimento per il cliente, una figura quotidiana, familiare, persino autorevole.
Poco prima di venire a Londra, durante una delle ultime settimane di lavoro a Roma, ero sceso a fare colazione al bar dell'ufficio come ogni giorno. Di solito avevo l'abitudine di fare colazione un po' tardi, verso le 11 e mezza, ma quel giorno avevo fatto davvero tardi. Non mi ero accorto che era l'una passata ed avevo ordinato come sempre cappuccino e cornetto alla crema. Immediatamente il barista, bonario ma determinato, mi aveva rimproverato: "Ma che ti sembra l'ora del cappuccino questa? Non sei mica un turista americano!". Aveva ragione. Da buon romano, mi ricordava che il momento giusto per prendere un cappuccino è la mattina, prima dell'una. Il cappuccino a pranzo lo lasciamo prendere a qualcun altro. La cosa interessante è che lui dava per scontato, giustamente, che io conoscessi questa regola e che avessi per distrazione cercato di infrangerla, ma in ogni caso avrei desistito dal mio ignobile tentativo.
Così feci. Divertito, avevo ordinato immediatamente un caffè macchiato e gli avevo sorriso. Lui mi aveva servito il caffè compiaciuto, orgoglioso di avermi impedito di compiere un qualcosa di immorale. In qualche modo, aveva vigilato sulla mia coscienza gastronomica, ciò che ogni vero barista dovrebbe essere in grado di fare.
Se domani pomeriggio andassi da Caffè Nero a chiedere un cappuccino, quelle due deliziose ragazze mi guarderebbero storto, ed avrebbero ragione. Se facessi la stessa cosa da Starbucks, quei disgraziati mi servirebbero il cappuccino senza battere ciglio.
Ecco perché il caffè in Italia è più buono.

mercoledì 23 luglio 2008

Vita da scapolo 2 - Un anno dopo

La situazione è pressoché identica a quella di un anno fa, ma le sensazioni sono molto diverse.
Ancora una volta padrone incontrastato della dimora familiare, ma stavolta non c'è nessuna attesa in vista di un'esperienza relativamente ignota in un paese relativamente inospitale, bensì una certa nostalgia nel ricordare i preparativi di un anno fa con la segreta consapevolezza che, in fondo, andavo a spassarmela. La nostalgia mi dà appuntamento quotidiano su Facebook, in assoluto il miglior modo mai inventato per farsi egregiamente gli affari degli altri, dove ogni giorno sfilano quei volti con cui ho condiviso quattro gioiosi mesi di delirio multiculturale, malgrado fossimo tutti lì ufficialmente per studiare. Sarebbe bello in effetti poter rifare tutto daccapo, ma avrebbe poco senso, essenzialmente perché non ho la benché minima intenzione di passare un altro autunno in Svezia per tutto il resto della mia esistenza.
Ma dopo la nostalgia si fa strada un'altra maligna considerazione: potranno spassarsela quanto vorranno, ma saranno sempre condannati alla loro vita di provincia, belga, tedesca od olandese che sia. Io invece con 20 minuti di macchina me ne vado al Colosseo, e scusate se è poco. Vogliamo mettere Roma con Gent? Vogliamo proprio?
E quand'anche l'Urbe venisse a noia, ecco pronto un viaggetto mid-cost a Barcellona (tiè): un must della vacanza agostana da italiani medi che finalmente, e ne sono fiero, sono riuscito ad organizzare dopo almeno tre anni di tentativi vani. Si parte il 6 Agosto, in compagnia di 4 amici di vecchia data.

Nel frattempo ne approfitto per crogiolarmi nella calura mediterranea dopo una sessione di performance estreme: eh già, perché visto che l'esperienza scandinava mi ha fruttato alla fine della fiera un solo esame, mi è toccato fare gli straordinari.
Sono cifre che fanno girare la testa: 39 CFU verbalizzati, 8 esami sostenuti, addirittura 3 orali nello stesso giorno! Per chi ama le statistiche, si tratta della miglior sessione di sempre.
Ne consegue che un po' di riposo è, se non dovuto, almeno meritato. Fortunatamente la vita fornisce continuamente numerose ocasioni di svago: tanto per cominciare, c'è da finire di vedere la quarta serie di Lost, operazione che viene svolta senza badare al dispendio di energie. E visto che Lost è una fiction di inaudita complessità, si passa subito ad organizzare serate a tema Lost coinvolgendo fan affermati ed amici scettici in maratone di 6 puntate alla volta, (ri)partendo rigorosamente dalla prima serie (e poi giù a rotta di collo fino alla quarta, senza soste) allo scopo di riordinare un po' le idee in vista di futuri sviluppi.
E quand'anche Lost fosse insufficiente, ecco comparire la scatola magica: Alice Home TV. Se neanche la mirabolante offerta di canali digitali in chiaro basta a stuzzicare la mente, non si può restare impassibili di fronte alle strepitose possibilità di scelta che offre la tv on demand: in particolare, 37 concerti e 47 cartoons della serie Looney Tunes, da vedere e rivedere, gratis, tutte le volte che ci pare.
E se a questo aggiungiamo le mirabolanti sperimentazioni gastronomiche che offrono i supermercati odierni, su tutte i nuovissimi Pan di Stelle Cereali (!), ne scaturisce una varietà di possibili combinazioni in grado di rendere la vita da scapolo semplicemente strepitosa.
Ad esempio: Coldplay + Pangoccioli; oppure, Gatto Silvestro + Pesto alla siciliana; oppure, Lost + Gocciole Extra Dark; oppure ancora, Willy il Coyote + Mentorzata; oppure, Franz Ferdinand + Pan di Stelle Cereali; o ancora, Rage Against The Machine + Pesto alla genovese.
E si potrebbe continuare...

venerdì 15 febbraio 2008

Caffeina


Martedì


08.30 - Sveglia di buon'ora, considerando le mie abitudini.

09.25 - Arriva Alessandro, un po' in ritardo, e parte un'interminabile sfilza di telefonate in cerca del miglior preventivo per lo striscione da mettere sul palco ai concerti.

11.06 - Sosta tecnica. Arriva il caffè, accompagnato da amaretti e cuor di mela.

11.37 - Accordo raggiunto: pvc leggero, 150x50 cm, 6 occhielli a 50,00 €. Senza dubbio un furto, ma è il più a buon mercato.

13.00 - Aggiornamento MySpace dei Driven To Tears: i contatti sono aumentati del 50% in due giorni. Merito della demo ascoltabile sul sito, ma soprattutto dello spamming intensivo.

16.09 - Studio.

17.58 - Pausa caffè. Inviate altre 40 richieste di amicizia a donne tra i 18 e i 25 anni entro 5 km da Roma.

18.16 - Studio.

22.02 - Prove dei Driven To Tears in vista del ritorno sulla scena di Domenica. Su "Canary In A Coalmine" parte un'inspiegabile esaltazione che ci fa agitare non poco e rende la temperatura della sala, già inspiegabilmente alta, ancor meno sopportabile.



Mercoledì

00.07 - Prove concluse. Ne servirà comunque un'altra prima del concerto.

00.48 - Caffè tattico prima dello studio. Per limitare la gastrite aggiungo un po' di latte scremato e poi rubo qualche amaretto dal barattolo in cucina. Ai giornalisti racconterò che avevo bisogno di qualcosa di basico come accompagnamento.

01.10 - Studio matto e disperatissimo.

03.28 - Gli occhi stanno per chiudersi, nonostante l'apporto energetico della caffeina. Due orette di sonno ristoratore non saranno certo un crimine!

05.30 - Sveglia. Dovrei ripassare, ma stare sotto le coperte a sentire la replica di "Deejay chiama Italia" è molto più piacevole...

07.22 - Esco di casa, in palese ritardo.

08.03 - Scalo tecnico al Torrino, sempre in palese ritardo, per dare un passaggio ad Elisa. Anche lei deve verbalizzare "Immagine e Comunicazione Istituzionale".

09.00 - La verbalizzazione è stata inspiegabilmente spostata al giorno dopo, senza preavviso. Elisa se la prende molto e per consolarla le offro un caffè al nostro bar di fiducia. Approfitto anche per eseguire il rituale del cappuccino propiziatorio, indispensabile per la buona riuscita dell'esame.

09.25 - Elisa se ne torna a casa, io invece riprendo il mio convulso ripasso.

11.04 - Esame di "Comunicazione Organizzativa". Dopo un'ottima partenza il professore comincia a fare domande che non sembrano troppo chiare: decido di tornare a Giugno per fare lo scritto, visto che mi hanno detto tutti che è semplicissimo.

11.22 - Torno al bar. Un tramezzino ai funghi ed un caffè macchiato sono il mio pranzo frugale, peraltro abbastanza in anticipo.

11.41 - Incontro Mery e Matteo, gli altri reduci dalla Svezia: vederli a due passi dal Cupolone è una strana sensazione. Li accompagno volentieri a prendere un caffè, anche se l'ho appena preso. Restiamo d'accordo che ci vedremo la sera a cena, poi riprende il ripasso.

13.15 - Appello di "Teologia Morale". L'esame procede con una lentezza esasperante e per stemperare la tensione prendo un caffè macchiato al distributore, ma le asticciole per girare sono finite, dunque mi tocca berlo mezzo amaro e mezzo dolcissimo!

15.20 - Approfittando di una pausa, vado a pagare di nuovo il parcheggio: alla fine della giornata avrò speso 8,00 € di sosta, ma Veltroni probabilmente cercherà di assestare il bilancio comunale prima di dimettersi, quindi meglio non rischiare multe!

15.56 - Esame di "Teologia Morale" (!). Le domande sono: le fonti del giudizio, la norma morale, il rapporto tra opzione fondamentale ed opzioni categoriali. Accetto incredulo il 28 propostomi con grande soddisfazione e ricevo strette di mano dagli astanti.

16.21 - Festeggio in solitudine al bar con un caffè macchiato: certi 28 valgono più di un 30 e lode.

16.43 - Visto che ho ancora un'oretta di sosta pagata, mi parcheggio davanti alla Mondadori di via Cola di Rienzo. "Ristorante al Termine dell'Universo" di Douglas Adams è esaurito, così opto per una raccolta di racconti di Aldous Huxley.

18.39 - Rincasando trovo il caffè appena fatto da mia sorella. Ottimo tempismo...

21.30 - A cena da Mery. Menzione speciale per i fusilli allo zafferano con pollo e pomodorini.



Giovedì

12.10 - Sveglia comoda. Riposo meritato, tutto sommato.

12.25 - Meno male. Il blocco del traffico è per le targhe dispari: posso prendere la macchina!

13.03 - Un cappuccino con biscotti non si rifiuta mai, soprattutto se ad offrirlo è una mamma...

14.28 - Con metà delle auto ferme, guidare per Roma è un vero piacere. In giro si vedono solo ausiliari del traffico con le loro buffe pettorine fosforescenti intenti ad appuntare targhe incriminate: per il suo ultimo giorno da sindaco Veltroni deve aver ordinato un'offensiva memorabile!

15.16 - Verbalizzato finalmente "Immagine e Comunicazione Istituzionale". Mi concedo uno spuntino al solito bar: torta crema e pinoli e il consueto caffè macchiato.

16.07 - Ripasso alla Mondadori, poi già che ci sono vado all'inaugurazione di un nuovo lounge bar lì accanto. Il barista, gentilissimo, insiste per offrirmi un caffè e alla fine accetto: ho perso il conto di quanti ne ho bevuti in questi ultimi due giorni, ma un caffè non si rifiuta mai!

giovedì 31 gennaio 2008

Ritorni

Storicamente Gennaio è il mese dei ritorni, non c'è che dire. Passate le vacanze, ci si rituffa nel tran tran quotidiano con quel particolare entusiasmo di ogni periodo che è appena iniziato. La convenzione del calendario è utilissima per motivare tutti quei nuovi progetti che si hanno in mente ma che in un altro momento dell'anno non troverebbero quel bell'entusiasmo che solo un cambio di data riesce a dare.
E' bello quando si hanno tante belle cose da fare. Dopo 4 mesi divertenti ma monotoni in una nazione organizzatissima ma poverissima di iniziative ed idee, poter finalmente tornare a Roma è davvero una grande gioia.

Il ritorno in patria è una sensazione strana, ha qualcosa di Vincent Vega e qualcos'altro di Gibran K. Gibran. Così come per il killer di Pulp Fiction, tutti gli amici sono ben curiosi di sapere cos'è successo, cosa si è vissuto, conoscere tutte "le piccole differenze" che sommate insieme sono un'unica grande differenza. Certo, quattro mesi a Karlstad non sono come quattro anni ad Amsterdam, ma bastano per ridere di gusto su tutto ciò che ci distingue da un popolo così avanti e così indietro rispetto a noi.
Ma un ritorno in patria è un'esperienza anche terribilmente seria, pur nella sua semplicità, perché definitiva e densa di un vissuto che si congelerà in un momento ben preciso, senza un'autentica possibilità di interagire con tutto ciò che seguirà. Capisco bene le sensazioni del Profeta di Gibran, pervaso da una struggente gioia all'idea di riabbracciare la sua identità ma anche sorprendentemente malinconico al pensiero di dover lasciare quelle persone e quei luoghi che lo avevano accolto diventando in qualche modo la sua seconda patria. In fondo un'amicizia a tempo determinato non è meno vera solo perchè avrà una durata predeterminata, e tutte le lacrime che ne seguono possono davvero essere sincere, anche se è una malinconia destinata ad essere surclassata dalle emozioni del ritorno.

Perchè in effetti passati quegli ingombranti giorni di amarezza prima e di stordimento poi, la gioia di rituffarsi nella propria vita, dopo essersene inventata una diversa per qualche mese, è autentica. Amici, strade, pietanze, luoghi, odori, colori: è stupendo vedere che tutto è rimasto uguale, o magari è anche un po' migliorato. Soprattutto, è stupendo riprendere a fare ogni cosa dal punto in cui la si era lasciata, scoprendo che ognuno ci aveva aspettato con molta pazienza.

Così un solo ritorno si divide in tanti ritorni diversi: si riparte col giornale, si riparte con l'università, per giunta in un'intrigante rincorsa per recuperare gli esami perduti per strada, si riparte anche con i Driven To Tears, per una nuova stagione di concerti tributo ai Police.
Visto che in fondo gli stessi Police sono tornati di nuovo, anzi, non se ne sono mai andati: il tour celebrativo che doveva esaurirsi in pochi mesi si è allungato a dismisura, almeno fino alla prossima Estate. E a noi certo non dispiace.

L'unico ritorno davvero difficile è stato quello sul web, per colpa di Telecom Italia. Dieci giorni per far partire il cambio di piano tariffario, altri dieci per levare la pagina di registrazione che assurdamente bloccava la navigazione, un'altra settimana per risolvere un guasto di linea di zona.
Ma alla fine eccoci qua.
In Svezia problemi simili si sarebbero risolti in mezza giornata, ma non mi voglio lamentare: questa è l'Italia, che mi fa arrabbiare terribilmente ma che non cambierei con nessun altro paese al mondo.

lunedì 1 ottobre 2007

Lettera d'amore

Hai visto? Non ti ho mentito, sono venuto veramente a trovarti per qualche giorno. Anche se sono già dovuto ripartire, non puoi capire quanto sono stato felice di poter trascorrere un po' di tempo con te. Lo sai che ti adoro, mi sei mancata tantissimo da quando sono fuori.
Sei sempre stupenda, lo sai? Ti ho ritrovata meravigliosa esattamente come ti avevo lasciato. Sei troppo bella, anche se la mattina sei sempre di fretta, sempre di corsa, e a volte mi tratti pure male. Certi lunedì mattina sei proprio antipatica, sai?
Però la sera sei diversa. Indossi sempre il tuo vestito migliore, sei simpatica, affettuosa, romantica, divertente, imprevedibile, nonostante mi sembri di conoscerti da sempre; sei sempre più bella. E poi nessuna potrebbe cucinare così bene come te!
Ti giuro sono troppo innamorato di te. So che mi mancherai, fino a Natale, ma so che sarà ancora più bello ritrovarti. Ti amo.

Ti amo, Roma.


giovedì 27 settembre 2007

Ubiquità

Eccezionale. Ieri ho fatto colazione a Karlstad, ho pranzato a Stoccolma, ho cenato a Roma. Nello stesso giorno sono stato in tre differenti città, la prima distante 300 km dalla seconda, entrambe distanti 2.500 km dalla terza. Nello stesso giorno ho interagito con persone che non saranno mai a conoscenza le une delle altre; ho attraversato per l'intera lunghezza lo spazio aereo di Danimarca, Germania ed Austria senza potermene accorgere; ho fatto acquisti utilizzando due valute diverse; ho parlato inglese ed italiano, ho ascoltato conversazioni in svedese, comunicazioni di servizio in danese e litigi in romanesco.

Solo cinquant'anni fa tutto questo sarebbe stato impossibile. Ecco perché siamo così fortunati a vivere in un'epoca che permette di viaggiare così rapidamente.
Non è proprio ubiquità, ma è comunque quanto di più vicino ad essa l'uomo abbia mai potuto realizzare.

venerdì 17 agosto 2007

Arrivederci Roma...

E alfine il momento è giunto.
Domani si parte per la fredda Scandinavia, ed il sottoscritto dovrà fare a meno di tutto ciò che finora c’è stato di fondamentale nella sua vita.


Niente più pokerate il Giovedì sera. Niente più Gazzetta fresca di stampa la mattina. Niente più cornetto e cappuccino. Niente più Chicken Fries al Burger King di Via Ostiense.

Niente più bombe al nocciolatte alle quattro del mattino alla Dolce Notte. Niente più partite a stecca all’Americaruso. Niente più cornetti al Marechiaro.
Niente più fila sull’Aurelia. Niente più tassisti in tripla fila a Baldo degli Ubaldi. Niente più casalinghe invasate in Smart sul Lungotevere. Niente più bradipi travestiti da pedoni rimbecilliti a Via della Conciliazione. Niente più parcheggi impossibili vicino all’università.
Niente più tangenziale. Niente più GRA!
Niente più infradito. Niente più camicie a fiori. Niente più discoteca in spiaggia. Niente più mezze stagioni. Niente più maniche di camicia arrotolate.
Niente più caffè! Niente più pastasciutta! Niente più cucina mediterranea!
Niente più Emilio Fede. Niente più Lucignolo. Niente più Bruno Pizzul (vabbè che sarebbe già in pensione...).

Niente più Calciopoli. Niente più Moggi. Niente più Juve in Serie B. Questo per tutti però.

Niente di tutto questo, almeno fino a Natale.
Ce la farò?

mercoledì 25 luglio 2007

Aerei e punti interrogativi

Non posso farci niente. Ogni volta che arriva l'Estate (quella vera), che gli esami si decidono a dare un po' di tregua, che gli amici uno dopo l'altro se ne tornano a casa per godersi il meritato riposo, inevitabilmente mi sale una discreta ma incontrastabile malinconia. Tempo di riflessioni, di bilanci, e ancor peggio, di confronti. Inevitabili confronti.

Un anno fa, di questi tempi, avevo appena iniziato a godermi il mio notebook nuovo di zecca, frutto di una calda laurea estiva, e mentre mi riprendevo da una piccola ma immensa delusione sentimentale, quasi per scherzo avevo iniziato a pianificare un tranquillo viaggio agostano che non potevo sospettare mi avrebbe cambiato la vita per sempre.

Oggi invece me ne sto a scrivere queste righe davanti al mio amato notebook, che ha avuto un anno di tempo per diventare il fedele depositario delle mie velleità editoriali, delle mie frenesie narrative, delle mie schizofrenie musicali, dei miei silenziosi trionfi a Pro Evolution Soccer, dei miei esperimenti informatici, riuscendoci appieno. Intorno, la consapevolezza di aver iniziato a fare chiarezza nella mia vita, ma anche un'infinità di punti interrogativi che verranno ad affrontarmi, prima o poi, uno dopo l'altro.

Magico 2006! Perché sei finito?
Come faccio a non avere alcun rimpianto per l'Estate più bella della mia vita?

Tutto semplicemente perfetto. A cominciare dall'Italia che stupisce tutti e vince il Mondiale. Che spettacolo! Perché vincere un Mondiale non significa semplicemente guardare in ciabatte sul divano undici italiani che vincono una partita di calcio, ma abbracciare il proprio migliore amico dopo che Grosso ha segnato l'ultimo rigore e poi fare le cinque del mattino suonando il clacson sul Lungotevere con dei perfetti sconosciuti.
E poi appena due giorni dopo mi attendeva la soddisfazione più bella, dopo aver fatto carte false (e non solo metaforicamente...) per poter discutere la tesi a Luglio anziché a Dicembre. E poi la festa più bella, quella con tutte ma proprio tutte le persone a cui volevo bene.
E poi? E poi, su una delle isole più belle che esistano, l'incontro che non mi sarei mai aspettato.
A volte basta uscire di casa per incontrare una persona speciale; altre volte, come nel mio caso, è necessario prendere un aereo e poi avere un po' di fortuna.

E poi arrivava Settembre, il mese che forse preferisco, perché si ritorna alla quotidianità, ci si ritrova dopo la dispersione estiva per un nuovo, lungo anno che è appena all'inizio.
Un Settembre particolarmente generoso, che mi aveva fatto (ri)trovare il lavoro in quella casa editrice che mi era tanto piaciuto, oltre ad un generoso stipendio; indispensabile, visto che di lì a poco sarei diventato cliente abituale della peggior compagnia aerea che esista in Italia.
Ci sono persone che viaggiano per lavoro, altre per studio. Io viaggiavo per amore. Per giunta con una compagnia scalcinata.



Poi è arrivato il 2007. Per un po' lo slancio positivo dell'anno precedente si è fatto sentire. Poi sono arrivate le scelte, e lì mi sono accorto che quel meraviglioso equilibrio che ero riuscito a costruire nella mia vita aveva i giorni contati.
Per prima cosa ho scelto di finire con il lavoro: studiavo poco e lavoravo male. E poi che senso ha chiudersi in un ufficio a 22 anni se c'è tutta la vita per lavorare?
Poi ho raccolto quella sfida che da due anni almeno giaceva in un angolo: il viaggio di studio in Svezia, che comincerà tra ormai meno di un mese.
Poi quasi per caso mi sono ritrovato ad essere il Direttore Marketing di un mensile: di nuovo nell'editoria, ma stavolta con un progetto mio, anche se piccino piccino.

Intanto, senza che me ne fossi accorto, stava cominciando l'Estate, quella stagione che tanto temo, anche se l'ultima si era rivelata più che meravigliosa. Ma non questa.
Due settimane fa ho deciso di rinunciare definitivamente alla persona più bella, generosa, affettuosa che c'era nella mia vita. E non solo a lei. Ci ho pensato a lungo, prima di prendere la decisione.
Ma poi l'ho presa. E' stato un gesto crudele, forse, ma sincero. Perché spesso l'affetto quotidiano diventa scontato e l'animo umano finisce con l'essere attratto da qualcosa di nuovo.
Altre volte, invece, come nel mio caso, un affetto lontano, per quanto puro, soccombe alla gentile cordialità quotidiana.
E allora forse la colpa di quanto è accaduto non è solo mia, ma anche di Marc Chagall, Arnaldo Pomodoro e Giuliano Palma. Ognuno di loro ha una parte di responsabilità.
Ci sono volte in cui tutto si incastra alla perfezione, volte in cui con un solo semplice tocco ben calibrato tutte le palle finiscono in buca; altre in cui il destino rema contro, e ci si ritrova doppiamente delusi, a rimpiangere sia ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, sia ciò che era e forse non sarà più.

E quindi eccomi qua, alle prese con un ingombrante sentimento che non è gradito.
Eppure, nella mia infinita presunzione, continuo a essere convinto che la fiducia verso di esso non può che essere ben riposta.
A volte diamo per scontato ciò che fa parte della nostra vita quotidiana, senza pensare che forse se venisse a mancare soffriremmo la sua assenza.
Ecco che, allora, la partenza per la Svezia è l'occasione ideale in questo momento.
I punti interrogativi stanno cominciando a bussare nel mio cervello, e piuttosto che affrontarli ora preferisco fare un passo indietro con la segreta consapevolezza che un aereo probabilmente rappresenterà di nuovo l'inizio della soluzione.

lunedì 21 maggio 2007

Il nome dice tutto

Eccoci qua. Visto che una percentuale in costante aumento delle mie variegate conoscenze dispone di un proprio blog, ho deciso di aprirne uno anch'io, forse per la sotterranea ansia di restare fuori da un magma digitale che ha il singolare pregio di permettere di soddisfare, in un sol colpo, velleità tanto voyeuristiche quanto esibizionistiche. Un po' di sano conformismo del resto non ha mai fatto male a nessuno, no?
Ora, immagino che la curiosità non vi possa impedire di chiedervi: perché BassVertigo? Che significa?
Bella domanda. Ma se continuate a chiederlo a voi stessi indubbiamente non otterrete molto, perché l'unico che forse può saperne qualcosa non posso che essere io. Anche se non è poi così sicuro.

Partiamo da dove è giusto partire, ossia dall'inizio: Bass. Chi mi conosceva sa che dal lontano 2000 mi permetto, forse con malcelata presunzione, di suonare il basso elettrico. Chi non mi conosceva lo sa lo stesso, perché l'ho appena detto.
Non so dire perché mai abbia deciso di iniziare a suonarlo, ma in fondo in fondo lo so perfettamente: diavolo, cosa c'è di più fico del suono di uno slap bass? Non c'è assolo di chitarra, non c'è colpo di rullante, non c'è vocalizzo che possa reggere il confronto.

Un basso suonato in slap è groove al 100%, è esibizionismo, è delirio, è trionfo, è monopolio, perché nessun altro musicista può permettersi di schiaffeggiare così il suo strumento per tirare fuori un suono del genere, un suono che esalta, che fa scaldare il sangue, che lascia a bocca aperta chiunque veda un bassista suonare in questo modo. Perché solo un bassista lo può fare, nessun altro.
E questa è tutta la sua forza, perché un suono così si porta dentro tutta la rivincita, la riscossa di uno strumento nato per lavorare in seconda fila, nell'ombra, al servizio degli altri. Eppure così importante. Perché la gente non sa che forma abbia, a cosa serva, persino che suono tiri fuori, ma se manca non può non accorgersene. Perché senza basso è tutto vuoto.
Senza basso anche il miglior solo di chitarra non serve a niente, ed è inevitabile, è giusto che sia così. Perché è una nota di basso l'unica cosa che può dare senso a tutto. La nota, quella nota, che al momento giusto spalanca un universo di sogni al servizio di chiunque.
Ecco perché noi bassisti siamo così pochi. Perché chiunque può passare tutta una vita a scorazzare su e giù per una pentatonica, come ogni buon chitarrista che si rispetti, ma ben pochi avranno il coraggio di prendere un basso, di accettare di fare solo quella nota in quel momento e poi niente più, silenziosi sacerdoti dell'armonia.
Perché suonare il basso è innanzitutto un modo di essere, c'è poco da fare.

Andiamo avanti: Vertigo. Tante cose si chiamano così: un capolavoro di Hitchcock, un bel singolo degli U2, persino un'etichetta inglese di Rock Progressive.
Ma prima di tutto Vertigo è una parola latina che significa, è evidente, "vertigine".
Anche la vertigine è una mia affezionata compagna di vita: potrei affacciarmi in scioltezza da una balaustra sul tetto dell'Himalaya e guardare giù come se niente fosse, ma se mi chiedete di salire in piedi su uno sgabello alto 30 centimetri mi gira la testa.
Perché è il vuoto intorno che mi terrorizza, non l'altezza.
Eccola qui la vertigine: si fa viva quando meno te lo aspetti, quando non ci sono più appigli, non ci sono più appoggi, quando tutto e tutti se ne sono andati via, e rimane solo un insopportabile vuoto intorno. E allora bastano 30 centimetri per precipitare giù dal tetto del mondo, e sprofondare, sprofondare, senza mai arrivare...
Ma forse basta abbassare un po' lo sguardo per vedere che il pavimento è ancora lì, niente si è mosso, in fondo è stato tutto una suggestione, un'illusione, un equivoco.

Abbiamo quasi finito. Proviamo a mettere insieme le due cose adesso:
Bass + Vertigo = BassVertigo. Molto semplice.
La Vertigine che trascina verso il Basso.
Il suono del Basso, talmente bello che dà le Vertigini.

Vedete, non mi sono sbagliato: il nome dice tutto.