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lunedì 10 gennaio 2011

Notizie dal futuro #1

15/05/2012

ROMA - Finalmente approvato, dopo le numerose polemiche degli ultimi mesi, il controverso pacchetto di provvedimenti volto a sostenere e rilanciare le imprese. "Si tratta di un decreto fondamentale e rivoluzionario", ha commentato il Ministro dell'Economia, "che porterà enormi benefici ad una delle categorie sociali più vulnerabili in Italia, quella degli imprenditori".
In base alla nuova riforma, le imprese potranno quindi beneficiare di nuove regole per quanto riguarda l'assunzione di nuovo personale. Al posto dell'antica e obsoleta procedura di selezione strutturata per colloqui, la nuova formula prevede l'apertura di una semplice asta. Ciascun candidato potrà quindi avanzare la propria offerta economica per aggiudicarsi il posto di lavoro (con la possibilità, in base al criticato emendamento proposto dall'opposizione, di rilanciare fino a tre volte), che sarà ovviamente assegnato a chi formulerà l'offerta più alta. che a quel punto diventa ovviamente vincolante. "Lo scopo", spiega un portavoce del Ministro, "è semplicemente quello di responsabilizzare i giovani nei confronti del mondo del lavoro, che oggi più che mai dev'essere vissuto con serietà ed impegno. La serietà e l'impegno da parte nostra ci sono, visto che abbiamo spinto perché le nuove modalità di assunzione fossero il più possibile semplici e trasparenti".
Previste anche agevolazioni per chi non dovesse disporre dell'intera somma dichiarata. Il vincitore potrà infatti sottoscrivere un prestito con una finanziaria convenzionata e rimborsare poi l'importo con un interesse agevolato, variabile da agenzia ad agenzia (e comunque, come stabilito nel decreto, non superiore al 45%); oppure, in alternativa, potrà rinunciare allo stipendio fino al raggiungimento del totale promesso. "Siamo piuttosto soddisfatti", ha dichiarato il segretario della CGIL, "il pacchetto richiede alcuni piccoli sacrifici ai lavoratori, ma servirà a creare molti nuovi posti di lavoro. E la possibilità per tutti di accedere al credito è un provvedimento equilibrato e democratico, che assicurerà che le procedure siano eque e trasparenti".

lunedì 20 dicembre 2010

Mediocrazia


Viviamo in un'epoca pericolosa. Passiamo dieci ore al giorno davanti a uno schermo che definire una finestra sul mondo sarebbe un ridicolo eufemismo.
La televisione, quella sì era una finestra sul mondo. Certo, potevi scegliere il canale, e quindi il punto di vista dal quale guardare il mondo, ma il mondo era quello e basta. Se proprio non ne potevi più, spegnevi lo scatolone e ti leggevi un libro in pantofole accanto al caminetto. Ma tanto il mondo andava avanti là fuori per conto suo, sapendo che prima o poi saresti tornato a sbirciarlo.
E però, senza che quasi ce ne accorgessimo, la televisione da qualche anno a questa parte si è dissolta in qualcos'altro, senza dirci nulla. Qualcos'altro che non è più una semplice finestra sul mondo, ma una finestra su un universo di infiniti mondi possibili. Personalizzabili, full optional, chiavi in mano. Il telecomando si è suicidato e ha lasciato il suo posto in eredità alla tastiera. Come dire: fai te, adesso sei tu il padrone, non devi più limitarti a scegliere un percorso predefinito, puoi costruirtelo direttamente. E sarà tuo e soltanto tuo.

Insomma, una bella responsabilità. Perché la democrazia può essere davvero molto pericolosa, se finisce nelle mani di chi non ha gli strumenti culturali per dominarla. E soprattutto, per capire quanto vale. Ci vuole una certa sensibilità per tuffarsi in un pastone in cui loro malgrado coabitano Dante e Moana Pozzi, Baudelaire e Umberto Smaila, George Orwell e la Endemol, l'Osservatore Romano e YouPorn, Cicerone e Francesco Totti, Keith Jarrett e Giovanni Allevi, il Dalai Lama e Paolo Bonolis, Garcia Lorca e i Modà, senza perdere l'orientamento. Un po' di sensibilità culturale, semplicemente. E magari anche più di un po', si spera.
Il problema è che chi è cresciuto a pane e Bagaglino questa sensibilità potrebbe davvero non averla. Peggio, potrebbe addirittura non volerla avere. Perché è faticosa, da conquistare e da mantenere. Meglio delegare a qualcun altro che faccia la fatica al posto nostro, qualcuno che selezioni per noi il meglio e ce lo faccia trovare a disposizione compattato in un format da 4o minuti (più 20 di sacrosanta pubblicità), da ascoltare in streaming o scaricare in podcast su iTunes. Non importa chi lo prepara, basta che dentro ci sia un po' di cultura pret a porter, premasticata e ad alta digeribilità.

C'è qualcuno, capace ed onesto, che questa cosa sa farla in maniera coscienziosa, riuscendo nel piccolo miracolo di raccontare, ad esempio, un pezzetto di risorgimento italiano in tre quarti d'ora, senza tralasciare nulla di rilevante, senza banalizzare, e perché no, senza nemmeno annoiare.
C'è però anche qualche impostore che, puntuale come un esattore delle tasse svizzero, approfitta della situazione per smerciare sottobanco cultura contraffatta. Un brano di Saramago pasticciato con la sigla dei Puffi. Un Notturno di Chopin allungato al brodo di Taricone, pace all'anima sua. Un aforisma di Oscar Wilde che introduce Lady GaGa. Tutto all'insegna di una gioiosa e spregiudicata contaminazione pop. Cultura facile e a prezzi modici, così ognuno può procurarsi la sua dose di saggezza a buon mercato e sentirsi in pace con la coscienza. E anzi, si sentirà in diritto di spargere il nuovo verbo plug&play pasticciando email grondanti pseudosaggezza da inviare agli amici, o magari postando un aforisma di Voltaire su Facebook per commemorare la prematura scomparsa del criceto.
Ma la cultura così arriva a tutti, diranno gli entusiasti, chi ascolta Lady GaGa conoscerà Oscar Wilde, i fan dei Puffi potranno innamorarsi di Saramago, i nostalgici di Taricone lo ricorderanno sulle note di Chopin. Ma quanti di loro sapranno riconoscerla, ed apprezzarla per quel che è, questa benedetta cultura? L'aforisma di Wilde diventerà una frasetta simpatica, il brano di Saramago un pezzo di un libro fico scritto da boh non mi ricordo chi, il Notturno di Chopin una musichetta carina per ricordare il povero Pietro. Allo stesso modo in cui la musica di Via col vento ha condotto, nell'immaginario collettivo, all'orrida trasformazione di Rossella O'Hara in Bruno Vespa, e così come il Grande Fratello, eminenza grigia della più lucida e al tempo stesso visionaria distopia della letteratura contemporanea, è diventato ormai il patrono di un'orgia patinata da prima serata.

Pare strano a dirsi, eppure l'eccesso di democrazia, se finisce in mani sbagliate, non fa altro che svilire la cultura, trascinandola inesorabilmente in un meschino ristagno di mediocrità.
Col risultato, inquietante, che anche la democrazia perde di valore, e diventa democrazia mediocre. O, se preferite, mediocrazia.

giovedì 9 dicembre 2010

Aria fritta (ma non solo...)


C'è aria fritta e aria fritta. Voglio dire, l'aria fritta non è tutta dello stesso tipo, anche se un occhio inesperto potrebbe non cogliere la differenza e cadere in confusione.
O meglio, più che un occhio, un naso.

Molta dell'aria fritta che si respira in giro è banale, ordinaria, dozzinale, talmente scontata nella sua fragrante inconsistenza da poter essere svelata senza troppa difficoltà. Si riconosce perché il suo aroma tende a saturare chi lo inala dopo una manciata appena di usmate. E' costruito, artificiale, e soprattutto sempre uguale a se stesso, visto che chi lo propina non si cura minimamente di aggiungere alcuna essenza che possa fornire una nuova delicata sfumatura all'aroma complessivo. Insomma, come quegli svedesi che friggono le fettine di carne sempre con lo stesso bisunto olio semiartificiale infarcito di conservanti, riversandolo per giunta dentro la confezione dopo che hanno terminato, per riutilizzarlo Dio solo sa quante altre volte. Anzi, forse è meglio per loro se non lo sa.
Quest'aria, invece di profumare, impuzzolentisce. Invece di saziare, disgusta. Invece di riempire, svuota.

Poi ci sono i professionisti dell'aria fritta. Quella vera, che non ci si stanca mai di stare a sentire. Quest'aria è un crogiuolo di sapori ed essenze che mutano continuamente la loro elegante miscela senza tuttavia smarrire l'aroma principale. Ha dentro la fragranza della più tenera cotoletta impanata a regola d'arte nel migliore bistrot di Milano. Il profumo di un filetto di baccalà appena pescato nel porto di Barcellona e poi dorato e fritto in un chiringuito sul lungomare mentre il sole scivola pigro dietro il Montjuïc. L'aroma festoso di una frittata di cipolle e zucchine appena fatta a quadratini e servita in un piatto di coccio su una terrazza di Trastevere un Giovedì sera di metà Luglio.
Sai perfettamente che è solo aria, eppure giureresti di sentirti sazio per davvero dopo averla respirata per un po'. Sai benissimo che è semplicemente fritta, eppure quel profumo non ti stanca e non ti disgusta. Sai alla perfezione che è solo aria fritta, eppure non puoi non provare ammirazione dentro di te per chi ha saputo friggerla così bene. Moderno Winston Smith in 4D, riesci contemporaneamente a credere e non credere a quello che ti fanno respirare.

Finché arriva l'ultima generosa annusata, e finalmente ti accorgi di quella sfumatura che timidamente si fa strada nel tripudio di aromi, e lentamente prende il sopravvento fino a trasformarsi in un pungente lezzo di letame.
L'odore delle stronzate. Pure, sincere ed oneste, ma pur sempre stronzate. Che non sono menzogne a tutto tondo, ma piuttosto, come osserva Harry G. Frankfurt, una "falsa rappresentazione, ingannevole pur senza giungere alla menzogna". Insomma, aria fritta al gusto di merda.
O, più semplicemente, merda fritta.

martedì 6 aprile 2010

Il Presidente era salvo

Il raggio lo colpì di striscio, smaterializzandogli un lembo dell’uniforme. Trovò riparo in una nicchia e si preparò al contrattacco. Sportosi in cerca del nemico, notò con disappunto i suoi gradi bruciacchiati e impolverati al suolo. Accecato dalla rabbia scagliò un masso nell’oscurità, poi ritrovò la freddezza e si acquattò nell’ombra, dove riprese a maledire quella schifosa guerra che da ormai sette cicli devastava il pianeta.
La luce rossa cominciò a lampeggiare nella penombra. Lentamente uscì dal torpore, e si ritrovò disteso nel termogiaciglio, ancora turbato dall’incubo appena concluso, malgrado fosse ormai da tempo abituato a rivivere quasi ogni notte le drammatiche vicende che gli avevano fruttato due ferite, cinque decorazioni al merito, la morte del suo migliore amico ed un decisivo avanzamento di carriera presso lo Stato Maggiore dell’Astronautica Militare Confederata.
Raggiunse a grandi balzi il plasmaschermo, dove si materializzarono all’istante i lineamenti insolitamente accigliati di Ykhskmyr Nadjknjw Pənler III, al suo secondo mandato come Presidente della Giunta Esecutiva Confederata. Detestava in modo genuino la sua mediocrità politica, l’accolita di illustri imbecilli di cui si era circondato, le penose battute con cui tentava di procacciarsi la simpatia dell’opinione pubblica; era peraltro convinto che il disprezzo fosse assolutamente reciproco, ma nondimeno gli si rivolse con il tono che più si addiceva al Comandante Supremo dell’Esercito Confederato: «L’Esercito saluta Sua Eccellenza Ykhskmyr III. Ai Suoi ordini».
Contrariamente alle sue previsioni, il Presidente non rispose con la formula di rito, ma lo fissò severamente: «Non c’è tempo per le formalità, Generale Kkhemz. Mi raggiunga subito all’astroporto militare. A quanto pare non siamo soli nell’universo».
Nessuna traccia della sua abituale strafottenza.
Mentre sfrecciava sull’aviostrada 75, ripensò turbato alle parole del Presidente. Da almeno trecento cicli si erano concluse le missioni esplorative nelle galassie limitrofe, e tutte le sonde avevano dato esito negativo. Adesso, invece, era stato individuato dai rilevatori un oggetto ignoto diretto verso il pianeta. Gli elaboratori ne avevano automaticamente calcolato la rotta, ed avevano stabilito con certezza che doveva essere partito da uno dei nove planetoidi che orbitavano intorno alla stella Elos IX. Possibile che una navicella aliena potesse venire da così lontano? Eppure gli elaboratori non avevano mai sbagliato. Almeno sinora.
Sfrecciò incurante attraversò tre o quattro ologrammi pubblicitari ed approdò nel vasto parcheggio. Fu ricevuto sbrigativamente da Zhhekll Poelh Sehkhs Jhagr V, Comandante dell’astroporto. Un tipo in gamba, che arrivò subito al punto: «Da circa sei cicli teniamo sotto
controllo quest’oggetto, ma non abbiamo mai diffuso la notizia per precauzione. Ora si è inoltrato nella nostra atmosfera e siamo in grado di stabilire con assoluta certezza che si tratta di un veicolo alieno che ospita forme di vita intelligente».
Il Generale lo fissava senza parole. Zhhekll continuò imperturbabile: «E’ evidente che la navicella sta facendo rotta verso il nostro pianeta. Per questo abbiamo ritenuto indispensabile avvertire il Presidente...» l’imbecille, sinora rimasto in silenzio, lo guardò fiero, come se fosse tutto merito suo «...e l’esercito».
Ykhskmyr prese allora la parola: «Il Comandante mi ha informato che la navicella atterrerà sul nostro pianeta tra circa sei frazioni e un terzo. Generale Kkhemz, non potrà che essere lei ad incaricarsi di adottare le misure di sicurezza necessarie».

Mentre si avviava con andatura solenne nella piana afosa, il Generale Kkhemz Ogrjje Bvjwjjkh XI non sapeva se maledire di più gli alieni, che avevano scelto per l’atterraggio una delle regioni più calde del globo, o quell’idiota del Presidente, al suo fianco con il suo solito atteggiamento da protagonista, che aveva rivelato in mondovisione la notizia, attirando sul posto centinaia di giornalisti, cialtroni e sprovveduti. Mentre si avvicinava allo strano razzo, non poté fare a meno di notare che dalla forma sembrava più una confezione termoisolante di minestra Krajhsc che una navicella spaziale; per la verità se l’era immaginato molto più grande. La sua sorpresa crebbe quando si aprì uno sportello alla base del mezzo e ne vennero fuori due piccoli mostriciattoli: quelli erano dunque gli alieni? Osservò il loro modo ridicolo di avanzare e la forma buffa del loro corpo, racchiuso in una specie di armatura metallica, e pensò divertito a chi aveva profetizzato la venuta di esseri giganteschi e sanguinari: non riusciva ad immaginare degli esseri più impacciati ed inoffensivi...
Si irrigidì di colpo: uno degli alieni si era fermato, aveva accostato le due zampe superiori alla sommità della sua tuta e con un gesto insospettabilmente rapido ne aveva staccato la protuberanza superiore, sollevandola. Kkhemz non perse tempo: si trattava certamente di un’arma e lui aveva il preciso dovere di proteggere il Presidente, a qualunque costo. Con un balzo si avventò coraggiosamente sui due invasori, e li rese rapidamente inoffensivi. Si accorse quasi subito di averli uccisi, ma non provò alcun rimorso: era evidente che si trattava di esseri inferiori.
Osservò disgustato il liquido rossastro che ora bagnava le loro armature, fracassate in più punti, ed i loro miseri e squallidi corpi, orribilmente rosei e con appena quattro zampe.
Una per una, abbassò le otto chele, soddisfatto. Anche stavolta aveva fatto il suo dovere. Quell’idiota del Presidente era salvo.

martedì 3 novembre 2009

The Italian breakfast

Qualche tempo fa ho sgranato gli occhi trovandomi sotto il naso su Facebook il gruppo "Vogliamo Starbucks in Italia". Davvero paradossale. Viviamo nel paese dove probabilmente si mangia meglio al mondo, dove probabilmente si beve il caffè più buono del mondo e dove lo si paga la metà o anche un terzo di quanto costa all'estero, eppure centinaia di persone sentiono la necessità di pagarlo 3 € e berlo in un bicchierone di plastica. Un tipico esempio di esterofilia esasperata, ho pensato, il difetto genetico nostrano che periodicamente ci spinge a pensare che tutto quello che proviene dall'estero è meglio che in Italia. Stavolta però si trattava di una delle cose che sappiamo fare meglio, il caffè, quindi la questione era quantomeno curiosa e meritava di essere studiata.
Leggendo su Wikipedia, scopro che, secondo la leggenda, il mito di Starbucks nasce nel 1983, in occasione di un viaggio a Milano di Howard Schultz, amministratore della catena. A quanto pare, Schultz fu talmente colpito dal clima amichevole e conviviale che si respira nei bar italiani, da decidere di provare a riprodurre questo approccio gestionale nelle sue caffetterie. A prescindere se vi sia riuscito o meno, il tentativo si rivelò giusto, tanto che oggi l'impero di Starbucks conta oltre 9.000 sedi in mezzo mondo, e forse anche di più.
Saggiamente, tuttavia, il buon Schultz si è guardato bene in tutti questi anni dal mettere piede in Italia. Le motivazioni sono espresse chiaramente in un articolo linkato nella medesima pagina di Wikipedia: "Agli Italiani non piacciono le tazze di plastica. Perché? Essi non considerano neanche la possibilità di prendere il caffè fuori dal bar, bevendoselo mentre camminano o guidano". Senza contare, aggiungerei io, che il caffè di Starbucks, oltre a non essere carico come piace a noi italiani, costa circa 4 volte tanto. Il che, per un popolo che mediamente consuma 4 tazzine di caffè a testa al giorno, è tutt'altro che irrilevante.
Eppure, a smentirci parzialmente entrambi, ci sono oggi quasi 3.000 persone che su Facebook, divise in 3 gruppi, inneggiano all'avvento della sirena verde nel belpaese. Il più nutrito, quasi 2.000 iscritti, stila un decalogo di buoni motivi: fra gli altri, "è giovanile", "è alla moda", "è un mix di sensazioni uniche: è intimo ma allo stesso tempo internazionale", "ha poltrone comode", e poi "il caffè è differente da quello nostro ma non per questo fa cagare anzi è buono". Quest'ultima frase è piuttosto inquietante, ma tanta insistenza mi convince comunque a mettere alla prova le virtù di Starbucks.
Quale occasione migliore del mio imminente soggiorno di lavoro a Londra? La mattina dopo il mio arrivo, entro nel primo Starbucks che trovo per fare colazione. La scelta è necessariamente casuale, visto che si tratta di un esperimento su una catena in franchising devo ovviamente dare per scontato che la qualità sia la stessa in qualsiasi punto vendita. Con davanti a me la prospettiva stimolante ma impegnativa di 3 mesi di lavoro e vita a Londra, ordino un cappuccino ed una fetta di dolce, pago un conto salatissimo, dopodiché tiro fuori il netbook per controllare la posta su internet.
Subito una brutta sorpresa: la connessione non è affatto gratuita, come mi avevano assicurato tutti, ma costa la bellezza di £ 8,00 al giorno! Provo a consolarmi con il dolce, che è gustoso ma ha ahimé la consistenza di un foratino. Bevo un sorso di cappuccino e mi ustiono la lingua, per di più è amarissimo, ci verso dentro tonnellate di zucchero ed aspetto un po', ma non diventa né più freddo né più dolce. Purtroppo non ho ancora tempo per aspettare (siamo a Londra e si va di fretta!), così a malincuore sono costretto a lasciare sul tavolo quel beverone infernale ed uscire. Partiamo proprio male.
Nel pomeriggio chiacchiero con mia cognata, che mi chiede le mie prime impressioni inglesi e mi suggerisce di dare a Starbucks una seconda possibilità: "E' chiaro che non si può pretendere che il cappuccino sia buono come quello italiano, semplicemente devi andare lì e lasciarti coccolare". D'accordo, proverò a farmi coccolare.
Qualche tempo dopo mi capita di fare un giro in centro con un'amica e decidiamo di fermarci a prendere un caffè. Neanche lei è rimasta molto convinta da Starbucks, ma decidiamo insieme di provare un'altra volta. Entriamo e ci troviamo davanti una fila epica, almeno trenta persone sono in coda per ordinare. Dopo dieci minuti buoni riusciamo a guadagnare la cassa ed ordinare un paio dei tanto decantati frappuccini. Il cassiere abbozza un sorriso, afferra un paio di bicchieroni di plastica trasparente, ci scarabocchia su qualcosa con un pennarello viola e li passa alla collega. Decisamente spoetizzante, non trovate? La collega riempie i bicchieroni ma fa qualche pasticcio e mi dà un frappuccino sbagliato. Potrei farglielo notare, ma perderei altro tempo e rinuncio. Facendoci largo nella foresta umana riusciamo a guadagnare il piano di sopra e ci lanciamo alla ricerca di un tavolo libero. Sono tutti sporchi e pieni di cartacce, e la cosa mi irrita ulteriormente: d'accordo che siamo a Londra, la patria degli zozzoni, ma io pretendo la mia dose di coccole.
Ci sediamo al tavolo meno indecente, ed immediatamente mi accorgo che ho tutta la mano destra sporca di pennarello viola. Stupido commesso, che non sai neanche passare le ordinazioni a voce!
Finalmente assaggio questo tanto decantato frappuccino. Com'è? E' buono, certo. Ma ci mancherebbe pure che non lo sia, considerando che mi è costato £ 4,00! Di coccole, però, neanche l'ombra. L'esperimento è concluso: considerando che frappè buoni come questo, ed anche migliori, in Italia già li facciamo, per conto mio non c'è alcuna necessità che Starbucks apra anche da noi.
In compenso, nel frattempo scopro l'esistenza di Caffé Nero, una catena inglese di caffetterie la cui diffusione a Londra è persino più capillare di quella di Starbucks. E la cosa più divertente è che, stando alle dichiarazioni di intenti di Schultz, Caffè Nero è esattamente ciò che Starbucks sarebbe dovuto essere ma senza riuscirci: la riproposizione, imperfetta ma apprezzabilissima, di un bar italiano. L'espresso è godibile e viene servito rigorosamente in tazzine di ceramica, ci sono persino croissant e fagottini al cioccolato. E nel momento in cui scopro che ad ogni cliente danno una carta su cui mettono un timbro per ogni caffè, e che ogni 9 caffè il decimo è gratuito, sono fidelizzato per sempre!
Prendo quindi l'abitudine di fare colazione al Caffè Nero vicino casa. Quando le due bariste italiane scoprono che sono loro connazionale diventano se possibile ancora più gentili, addirittura mi mettono ogni volta due timbri anziché uno. E finalmente mi rendo conto di qual è il valore aggiunto del caffè italiano, ciò che aveva colto anche Schultz senza però intuire che non è affatto semplice riprodurlo in serie, semplicemente aprendo una catena in franchising: il barista.
Il caffè al bar è buono non solo perché è buono, ma perché lo serve una persona simpatica, con la quale fare volentieri due chiacchiere, parlare di sport o politica, lamentarsi, chiedere consigli, persino sfogarsi. Il bravo barista sa che, oltre a dover preparare un ottimo caffè, deve diventare un vero e proprio punto di riferimento per il cliente, una figura quotidiana, familiare, persino autorevole.
Poco prima di venire a Londra, durante una delle ultime settimane di lavoro a Roma, ero sceso a fare colazione al bar dell'ufficio come ogni giorno. Di solito avevo l'abitudine di fare colazione un po' tardi, verso le 11 e mezza, ma quel giorno avevo fatto davvero tardi. Non mi ero accorto che era l'una passata ed avevo ordinato come sempre cappuccino e cornetto alla crema. Immediatamente il barista, bonario ma determinato, mi aveva rimproverato: "Ma che ti sembra l'ora del cappuccino questa? Non sei mica un turista americano!". Aveva ragione. Da buon romano, mi ricordava che il momento giusto per prendere un cappuccino è la mattina, prima dell'una. Il cappuccino a pranzo lo lasciamo prendere a qualcun altro. La cosa interessante è che lui dava per scontato, giustamente, che io conoscessi questa regola e che avessi per distrazione cercato di infrangerla, ma in ogni caso avrei desistito dal mio ignobile tentativo.
Così feci. Divertito, avevo ordinato immediatamente un caffè macchiato e gli avevo sorriso. Lui mi aveva servito il caffè compiaciuto, orgoglioso di avermi impedito di compiere un qualcosa di immorale. In qualche modo, aveva vigilato sulla mia coscienza gastronomica, ciò che ogni vero barista dovrebbe essere in grado di fare.
Se domani pomeriggio andassi da Caffè Nero a chiedere un cappuccino, quelle due deliziose ragazze mi guarderebbero storto, ed avrebbero ragione. Se facessi la stessa cosa da Starbucks, quei disgraziati mi servirebbero il cappuccino senza battere ciglio.
Ecco perché il caffè in Italia è più buono.

domenica 1 febbraio 2009

Amore cabriolet

Ciò che cantanti, poeti e fresconi sono soliti chiamare "amore" è in realtà un'acerrima e violentissima battaglia psicologica che l'uomo e la donna combattono l'uno contro l'altra ininterrottamente. La situazione è resa particolarmente complicata dal fatto che i rapporti di forza tra i due sessi sono costantemente squilibrati. Ma andiamo con ordine.

Fino a 12 anni si può dire che non esistono grosse differenze. E' proprio a quest'età tuttavia che si verifica la prima sperequazione: la donna ha una clamorosa impennata nel proprio sviluppo psicofisico e nel giro di un paio di mesi completa la sua trasformazione da bimbetta frignante in vamp senza scrupoli. L'uomo si accorge invece con amarezza di essere rimasto sostanzialmente un nanerottolo moccioloso ed è depresso perché le sue coetanee lo considerano, giustamente, un imbecille.

A 15 anni il divario è massimo. Mentre gli uomini continuano ottusamente a fare a scambio di figurine come quando erano alle elementari, le donne, almeno quelle più spigliate, maneggiano preservativi con la stessa confidenza con cui un croupier del casinò di Lugano muove le fiches alla roulette. Hanno storie con ragazzi più grandi e continuano a considerare i propri coetanei, giustamente, degli imbecilli. Tuttavia è proprio a quest'età che l'uomo prende finalmente consapevolezza del proprio essere un idiota, ed inizia un lungo e paziente lavoro su sé stesso.

A 18 anni la situazione è cambiata. L'uomo ha qualche storia con ragazze di qualche anno più piccole, ma fatica molto a capire il loro modo di ragionare. La donna invece ha conosciuto in discoteca un brillante studente universitario e ne approfitta per farsi scarrozzare avanti e indietro ogni volta che ne ha voglia.

A 20 anni il divario si allarga di nuovo. L'uomo scarrozza ora pazientemente una diciottenne ogni volta che lei ne ha voglia, ma continua a non capire molto riguardo al suo modo di ragionare. In particolare, non capisce perché dica delle cose e poi ne faccia altre, né riesce a spiegarsi perché a volte scoppi a piangere se lui le chiede cose semplici come mandargli qualche sms in meno. La donna invece ha liquidato lo studente ed ora esce con un trentenne che la viene a prendere in SLK.

A 25 anni c'è un periodo critico. La donna viene improvvisamente lasciata dall'uomo della SLK e fa le due cose che fanno tutte le donne che hanno appena concluso una storia di 5 anni: cambia pettinatura e si iscrive ad un corso di salsa. In discoteca si diverte a far credere agli sconosciuti di essere attratta da loro, solo per poter poi ridere insieme alle amiche della cosa. Di tanto in tanto riceve delle proposte indecenti da qualche facoltoso quarantenne, che a volte accetta.
L'uomo invece è disorientato: la sua ex lo ha lasciato per mettersi con un trentenne che guida una SLK e quasi tutte le donne che ha occasione di conoscere sono fidanzate da diversi anni. Ormai ha finalmente trovato lavoro ma vive al di sopra delle sue possibilità ed ogni mese butta mezzo stipendio offrendo aperitivi e cocktail a sconosciute che sembrano interessate a lui ma poi gli danno buca. Continua a non capirci molto delle donne ed in particolare non capisce per quale motivo si divertano così tanto a sembrare disponibili per poi dare due di picche a destra e a manca. Lui con i suoi amici non farebbe mai una cosa del genere, gli sembra una perdita di tempo.

A 30 anni c'è l'inatteso colpo di scena. Finalmente l'uomo si rende conto che è impossibile capire le donne e fa il definitivo salto di qualità: compra una SLK e va a caccia di ventenni.
La donna invece va semplicemente fuori di testa ed inizia ad essere ossessionata dall'idea di avere un figlio.

A 35 anni la donna si è sposata, ha avuto un figlio ed ha già lasciato il marito per mettersi con il suo capoufficio, che guadagna il doppio. L'uomo invece continua a non capire molto delle donne e, nel dubbio, continua a girare in SLK perché ha visto che tutto sommato funziona. Spende ancora una barca di soldi per offrire aperitivi e cocktail, ma almeno ora se lo può permettere.

giovedì 13 marzo 2008

Inchiesta: la Sindrome del Tassista

Scoperta nel 2004, la Sindrome del Tassista è una grave patologia psichica, in grado nel lungo periodo di arrecare a chi ne soffre seri danni mentali e relazionali, di cui si è registrato in questi ultimi anni un numero sempre maggiore di casi. La sindrome colpisce esclusivamente soggetti di sesso maschile, di età superiore ai 18 anni, automuniti, beneducati e di estrazione socioculturale medio-alta.
Non immediata da riconoscere, si manifesta inizialmente con un'insolita e ricorrente insistenza, da parte del soggetto colpito, ad offrire colazioni ed aperitivi alle sue conoscenze femminili abituali.
Dopo un periodo di incubazione che varia generalmente dai 3 ai 9 mesi, la malattia esplode immancabilmente nella sua forma più comune. Perché ciò accada è sufficiente che una delle succitate conoscenze richieda al soggetto un passaggio a casa, visto che abita di strada, innescando in tal modo un terribile meccanismo psicofisico: senza rendersene conto, il soggetto inizierà quindi, con frequenza quotidiana e crescente, a concedere passaggi alle medesime conoscenze, fin tanto che il gesto finisca col diventare automatico e quasi dovuto. Tra le categorie di conoscenze più comuni rientrano studentesse universitarie (in prevalenza fuori sede), colleghe del lavoro, donne che dichiarano di sentirsi molto tristi e trascurate dal ragazzo, queste ultime forse le più pericolose.

Nello stadio più avanzato il soggetto arriva addirittura ad offrirsi spontaneamente per offrire passaggi da una località lontana ad un'altra ancora più lontana, patologia che è può essere accompagnata non di rado da allucinazioni, nausea, vomito, amnesie temporanee e perdita del senso della realtà.
In questa fase la malattia è spesso accompagnata dall'altrettanto funesta Sindrome del Centralinista, scoperta nel 1976 da un équipe italo-francese, grave disturbo della personalità che induce il soggetto ad ascoltare per ore lo sfogo monotono di una donna lasciata dal suo uomo perché convinto in tal modo di poterla conquistare.
L'analogia tra le due patologie è peraltro evidente: anche nel caso della Sindrome del Tassista si ha a che fare con un radicato disturbo della personalità che induce erroneamente il soggetto a ritenere che le donne si innamoreranno di lui per via della sua grande gentilezza e disponibilità.

Purtroppo, anche una volta individuata con sicurezza, la sindrome rimane assai difficile da sconfiggere, proprio a causa della sua connotazione psichica.
Molti pazienti infatti semplicemente rifiutano di riconoscere la propria malattia, ritenendosi solo persone un po' più gentili della media, ma che per il resto conducono una vita perfettamente normale. Alla richiesta di spiegare se sia normale che ogni giorno riaccompagnino a casa la ragazza di un altro, seguono spesso reazioni molto drammatiche: sputi, insulti, attacchi di panico, crisi di pianto, aggressioni, attacchi di depressione, persino gravidanze isteriche.

Se non curata adeguatamente, la sindrome può avere effetti devastanti sulla psiche del malato. I rischi più seri riguardano la sfera dei rapporti sociorelazionali del soggetto colpito, compromessi dalla sua visione gravemente distorta della realtà che lo spinge a credere che i suoi atteggiamenti di gentilezza saranno apprezzati e premiati come meritano.
Recenti indagini sociologiche svelano invece come questa convinzione risulti assolutamente agli antipodi rispetto a quanto avviene nella realtà: 4 donne su 10 si dicono felici di andare a prendere e riportare ogni sera il loro ragazzo che abita a 35 Km di distanza e non prende mai la macchina per paura di ammaccare il paraurti; 7 donne su 10 dichiarano infine di aver capito veramente quanto erano amate dal loro partner dopo essere state abbandonate per strada di notte all'altro capo della città nel corso di un normale litigio di coppia (fonte: ANSA).

mercoledì 27 febbraio 2008

Se ti stampano il biglietto da visita ma non hai ancora firmato un contratto...

Piccole stranezze del mercato del lavoro attuale.
Visto che il giornale per cui collaboro da diversi mesi è vivo e vegeto ed anzi prossimo all'esordio definitivo con il primo numero ufficiale (dopo 5 numeri zero era pure l'ora, ma si sa che la burocrazia italica non è fulminea!) appena tornato dalla Svezia l'editore mi ha proposto di diventare un collaboratore stabile della piccola agenzia da lui aperta orora appositamente per curare la vendita di spazi pubblicitari sui suoi due mensili, ruolo che peraltro ben si sarebbe sposato con la mia onorevolissima ma aleatoria carica di Responsabile Marketing uno e trino.
Visto che a quanto sembra non riesco a sfuggire al mondo dell'editoria ho deciso di accettare, anche perchè non mi dispiace affatto mantenere il contatto con il mondo del lavoro, magari anche in maniera remunerativa, o almeno parzialmente tale.
Per la verità gli aspetti retributivi sono alquanto poco chiari: dopo una confusa proposta che menzionava rimborsi spese, fissi mensili e provvigioni si è deciso di riprendere la questione con più calma, in un secondo momento. Va da sé che si tratterebbe di una retribuzione "ufficiosa", ovvio.
E come formalizzare il tutto? Con un bel contratto di stage, provvidenziale tana libera tutti che consentirebbe a me di ottenere un prezioso pezzo di carta per poter dire in qualsiasi momento "Io c'ero", e all'agenzia di non assumere alcun obbligo di retribuzione ufficiale nei miei confronti, contributi compresi. Ma anche qui non sembra esserci particolare fretta: se ne riparlerà in futuro.

Quindi non c'è troppo da stupirsi se già il secondo giorno ho trovato sulla scrivania un bel malloppetto di biglietti da visita con sopra il mio nome affiancato alla roboante carica di Marketing Manager, visto che con la mia laurea in Marketing e Pubblicità paradossalmente sono più titolato del mio capo (!).
Ed a fugare i miei dubbi sulla stranezza di trovarsi ad agire in nome e per conto di una società con la quale non si ha alcun rapporto formale (con la sola eccezione del biglietto da visita...) ci ha pensato il direttore responsabile della rivista, nonché migliore amico dell'editore, assicurandomi che in 4 anni di collaborazione non ha mai trovato alcuna difficoltà, nonostante non sia mai stato assunto.
Meglio così.

lunedì 18 febbraio 2008

Tutta un'altra musica

Da più di un anno a questa parte sono diventato uno dei più accaniti profeti di BitTorrent.
Ho sempre detestato eMule, per il semplice fatto che non sono mai riuscito a configurarlo, disorientato da quella miriade di porte, server, numeri e sigle che vanno definite non si sa bene come. Non sono mai riuscito a scaricare un solo byte, motivo per cui ho sempre cancellato il programma al massimo mezzora dopo averlo installato, in preda ad un furioso attacco omicida.
BitTorrent invece è il protocollo più user friendly che esista: basta scaricare un client, meglio ancora se quello ufficiale che permette una miriade di utilissime operazioni, lanciare uno di quei microscopici file dalla buffa estensione .torrent, incrociare le braccia e sedersi in ciabatte a godersi l'aumento percentuale del download minuto per minuto, visto che BitTorrent, tra i tanti suoi pregi, include anche una notevole rapidità. Tutto qua, non c'è nessun complicato settaggio da fare, non bisogna essere ingegneri informatici o geniali adolescenti socialmente emarginati: pensa a tutto lui.

L'unica piccola complicazione, rispetto ad eMule, riguarda la possibilità di rintracciare ciò che si vuole: non c'è nessun motore di ricerca interno al programma (o meglio c'è, ma limitato al solo esiguo database disponibile sul sito ufficiale), bisogna invece rintracciare su appositi portali online il file che stiamo cercando, operazione a volte non semplicissima ma che comunque finisce col dare alla fruizione un'ulteriore dimensione di sfida che probabilmente, a download ultimato, arricchisce la soddisfazione.
Anche perché questa sembra essere oggi come oggi la tendenza più solida in quanto a p2p, motivo per cui il web ormai trabocca letteralmente di file .torrent indicizzati in maniera sempre più precisa, cosicché diventa sempre più probabile riuscire a trovare ciò che si cerca.
Piace infine la connotazione fortemente democratica di questo sistema, visto che ciascuno agisce in pratica da server e da client simultaneamente, permettendo così di mantenere disponibile il file anche dopo che, una volta finito di scaricarlo, lo si rimuove dal programma.

Il risultato è che è possibile accedere rapidamente ad un vastissimo patrimonio musicale (ma non solo) con grande rapidità e soprattutto con la certezza che ciò che si scarica corrisponde effettivamente a ciò che si desidera, cosa che con eMule non è sempre scontata.
Ecco perché quando si parla di p2p mi permetto di sorridere in maniera fastidiosamente snob all'indirizzo del mio interlocutore dicendogli: "Non ci posso credere, usi ancora eMule? Ma fai come me, passa a Torrent!", con un tono da granduca annoiato dalla banalità, rimpiangendo poi con affettata nostalgia i bei tempi svedesi, quando si scaricava a 1 MB al secondo grazie alle micidiali infrastrutture scandinave.

Ma dove voglio andare a parare?
Sul fatto che se da un lato la smisurata disponibilità, rapidità (e gratuità) che ha assunto ormai la fruizione musicale costituisce una quasi miracolosa opportunità, dall'altro riduce e forse annulla del tutto quella piccola ritualità pagana che si celebrava ogni volta che si andava a comprare un compact disc.


Ricordo le attentissime pianificazioni economiche per riuscire a mettere da parte quelle due banconote da diecimila lire che significavano un nuovo cd nella collezione, le formidabili battaglie nella mia testa per stabilire quale disco dovesse avere la precedenza sugli altri nella classifica d'acquisto, i pomeriggi interi passati al mitico negozio di dischi SPQRecords studiando cosa c'era di nuovo, valutando i dischi in offerta (a volte molto più interessanti di quelli a prezzo pieno) entrando spesso con il dubbio tra due dischi diversi e finendo magari con l'acquistarne un terzo.
Ricordo il piacevole scartocciamento della confezione, la lettura del libretto facendo ben attenzione ad estrarlo e riporlo senza rovinarne le pagine, l'ascolto attento delle prime tracce, il riascolto della canzone più bella per 3 o 4 volte di fila, lo stupore dei miei amici quando raccontavo che in vita mia (cioè negli ultimi tre anni!) avevo acquistato almeno 70 od 80 dischi.

Ricordo quando decisi che avrei comprato tutta la discografia dei Police, al ritmo di un cd ogni due settimane, l'emozione quando sentii per la prima volta le note di "Walking On The Moon" uscire dallo stereo, la soddisfazione di avere finalmente tutti e sei i dischi nelle mie mani sognando di ritrovarmi un giorno a suonarla su un palco, quella musica geniale, senza immaginare che un giorno sarebbe successo davvero. Ricordo la malinconia quando trovai a Vienna l'introvabile cofanetto quadruplo a tiratura limitata "Message In A Box" ma non avevo abbastanza soldi per acquistarlo, e invece lo stupore quando incredibilmente pochi mesi dopo lo trovai placidamente esposto in un un negozietto al centro di Roma.

Credo che la discografia dei Police sia una delle poche cose che acquisterei anche oggi, se non altro come atto di profonda e dovuta gratitudine verso tre persone senza le quali non potrei fare una delle cose a cui tengo di più.
Ma tutto il resto è un fiume di bit che arriva direttamente nel mio capiente hard disk, appositamente acquistato, grazie a pochi sapienti click: la funzionalità è strepitosa, le possibilità vastissime, la soddisfazione garantita; manca però quella genuina ritualità di cui vi parlavo.
Se è vero che negli ultimi mesi ho potuto arricchire enormemente la mia cultura musicale confrontandomi con una miriade di generi ed artisti differenti, ci sono però tonnellate di brani che giacciono in un angolo del mio hard disk ancora inascoltati, semplicemente perché ne ho così tanti che non sono riuscito ad ascoltarli tutti. Niente di tragico, ma mi sembra comunque una mancanza di rispetto verso un qualcosa, la musica, che voglio continui sempre ad avere un posto speciale nella mia vita, anche se non sarà mai il mio lavoro.
Credo che questa stato di cose sia comunque complessivamente migliore rispetto al precedente perché apprezzo tantissimo il modo in cui la tecnologia può semplificare ed arricchire la nostra vita; però quando l'altro giorno ho fatto un salto da SPQRecords per dare un'occhiata come ai vecchi tempi e ho scoperto che ora al suo posto c'è una profumeria ci sono rimasto davvero male.